Associazione Amici della Brigata Ebraica

in memoria e a riconoscenza del contributo ebraico alla liberazione dei territori della Romagna dal giogo nazi-fascista

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Un bello Judaicum

HANS JONAS NELLA BRIGATA EBRAICA

Il filosofo ebreo Hans Jonas, fuggito dalla Germania nazista, una volta giunto in Erezt Israel servì nelle forze armate inglesi, prima a difesa dei territori ebraici minacciati dall’avvicinarsi degli eserciti dell’Asse e infine, già quarantenne, nella Brigata Ebraica. Quello con la “Brigada” era un appuntamento che Jonas non poteva mancare, dato che nel 1939, all’entrata in guerra dell’Inghilterra, il filosofo pieno di entusiasmo aveva pubblicato un appello dal titolo “La nostra partecipazione a questa guerra. Una parola agli uomini ebrei”. L’appello iniziava con queste parole: “Questa è la nostra ora, questa è la nostra guerra”.

Jonas cercava di convincere la comunità ebraica di Palestina del pericolo imminente e del bisogno di reagire: “Se oggi esistesse uno Stato ebraico, avrebbe dovuto essere il primo a dichiarare guerra alla Germania di Hitler”. Hans Jonas

Il filosofo pensava al popolo ebraico in armi a fianco delle nazioni cristiane, come a un bello christianum unito a un bello judaicum contro la minaccia di un nuovo paganesimo omicida. “Questa non è la prima guerra in epoca moderna a cui gli ebrei sono chiamati a partecipare, ma è la prima che li coinvolge proprio in quanto ebrei. La differenza è chiara, sin dall’emancipazione i figli del nostro popolo hanno combattuto a diverse guerre, schierati dall’una o dall’altra parte indifferentemente. Questa volta è diverso. Per la prima volta dai tempi remoti in cui è esistita una sovranità ebraica siamo di fronte a un “bellum judaicum”.

La vittoria di Hitler in Oriente, secondo il filosofo, avrebbe portato a qualcosa di paragonabile solo al destino dell’Armenia, cioè a un genocidio. Questa volta non sarebbe stata una guerra di “Giuda contro il mondo”, bensì di “Giuda insieme al mondo contro i nemici del mondo”. Hans Jonas, studioso del cristianesimo delle origini, pensava all’intervento contro la Germania nazista come lotta contro il paganesimo che minacciava di distruggere l’Europa, nella misura in cui il nazismo vedeva il cristianesimo come ebraizzazione dell’umanità. “E’ la guerra di due principi, di cui uno solo portatore di verità, quello che si fonda sulla identità ebraico-cristiana di matrice occidentale, dall’altra parte abbiamo il culto della potenza e del disprezzo dell’umanità, cioè la completa negazione dell’eredità ebraica trasmessa al mondo cristiano. Il nazismo come negazione di tutti questi valori, come nuovo paganesimo, determina il fatto che quella in corso è una guerra degli ebrei, un “bellum christianum” e, per la prima volta, al tempo stesso un “bellum judaicum”.

Ma a quale tipo di impresa militare pensava Jonas? “E’ auspicabile una formazione ebraica autonoma, impegnata nelle fila degli Alleati. In una parola vogliamo una Legione ebraica sul fronte occidentale. Analoghe formazioni, come quella ceca e quella polacca sono in fase di formazione in diversi paesi. Sarebbe un vergogna indelebile per gli ebrei, i quali sono più toccati di altri popoli da quanto sta accadendo, se non sventolasse una bandiera ebraica sui teatri di guerra europei (…) La formazione sarà tutta ebraica, e mondiale, nel senso che potranno aderirvi ebrei da tutto il mondo. (…) In tutti questi reparti ebraici sarà fondamentale la presenza di ebrei dalla Palestina, perché questi sono i più politicamente maturi essendo gli unici emancipati da un punto di vista nazionale. A loro spetta la maggiore responsabilità di questa iniziativa e il compito di esempio per tutti gli ebrei della diaspora. Questo impegno non è in contraddizione con quello di difendere gli insediamenti in Terra d’Israele, anzi, è un completamento dell’azione difensiva in patria da un più elevato punto di vista. (…)”

L’appello si basava su alcuni principi che oggi possono apparire scontati alla luce di quello che accadde in Europa negli anni successivi: la lotta per la dignità calpestata del popolo ebraico; il dolore e la preoccupazione per le sofferenze degli ebrei della diaspora; la coscienza di essere di fronte a un attacco contro i fondamenti della cultura occidentale. Anche la parte conclusiva del proclama, sulle ricadute positive che l’impegno bellico avrebbe portato alla lotta per la costituzione dello Stato ebraico, merita di essere sottolineato. Era forse possibile agire in base a un calcolo, soppesando sulla bilancia della diplomazia e degli accordi con le grandi potenze, il dare e l’avere, quando i veri temi in gioco erano l’onore, la vita e la morte, non solo di quegli uomini ma anche delle generazioni future? In gioco era la possibilità di realizzare il sogno eterno di Israele. Era qualcosa che si poteva contrattare e scambiare con qualcosa? “L’assioma di partenza è che questa è “la nostra guerra, perciò non è fondamentale per noi offrirci di fare la nostra parte in cambio di una ricompensa. Impegnarci con un atteggiamento di “do ut des”, falsificherebbe il nostro impegno in una lotta che riguarda tutta la nazione ebraica. (…) L’annuncio di una nostra discesa in battaglia potrebbe essere svalutata solamente dal sospetto di un atteggiamento utilitaristico, di ottenere una contropartita. In ogni aspetto di questa guerra la nostra causa è già presente a un livello così chiaro che tutto il mondo lo sa e lo comprende. La base della nostra alleanza sta nelle parole del Primo Ministro per cui la guerra continuerà “finchè l’hitlerismo sarà sconfitto”, nient’altro”. La distruzione di Hitler è l’obiettivo del nostro prendere parte (non della nostra “offerta”), non ce ne sono altri oltre questo per gli ebrei, ed è un impegno incondizionato. Nel momento in cui questo scopo si rende possibile non c’è tempo per mettersi a fare calcoli, anche se questi argomenti riguardano le nostre più legittime aspettative”. E poi l’appello finale: “Se Hitler esce vittorioso sarà la nostra rovina, qui (in Palestina) e ovunque, e per sempre (…) Uomini d’Israele, comportiamoci in modo tale che i nostri nipoti, un giorno, non debbano vergognarsi di noi”.

Jonas presentò il suo appello la prima volta a Gerusalemme, il 6 ottobre del 1939, in un circolo di sionisti tedeschi che riuniva alcune tra le menti migliori fuggite dalla Germania: Gerschom Scholem, Sally Hirsch, Benno Cohn, Alfred Berger, Georg Landauer e altri. Scholem, il celebre pioniere degli studi cabalistici, l’accolse con convinzione, affermando che la sua coscienza sionista lo costringeva a considerare la sconfitta di Hitler come l’obiettivo più importante per tutti gli ebrei nel mondo. L’invito di Jonas fu salutato con favore ma, si può dire, rimase entro quella ristretta cerchia intellettuale di formazione europea. Tanto per cominciare era composto in tedesco e destinato per questo a una limitata circolazione, ma soprattutto non aveva l’appoggio delle autorità ebraiche, infatti in questa prima fase del conflitto mondiale l’Agenzia Ebraica era concentrata soprattutto sulla difficile situazione in patria. Le idee del filosofo erano in anticipo sui tempi della politica e la guerra di Hitler, in quel 1939, sembrava in fondo lontana.

Hans Jonas anticipò l’idea di Brigata Ebraica, e poi vi prese parte. Chiedeva, con forza e lucidità, l’intervento di una forza ebraica inserita nell’esercito inglese secondo il modello della Legione ebraica della Prima guerra mondiale, cioè riconoscibile con proprie insegne. Ci volle il suo tempo perché la diplomazia riconoscesse l’alleato ebraico, e perché i vertici militari britannici consentissero la formazione di una compagine israelita con così forti connotazioni nazionali. Ci vollero, si sa, ancora diversi anni. Nel frattempo Jonas non restò con le mani in mano. Sospese il suo lavoro di filosofo e passò cinque anni in servizio nelle forze armate britanniche. Prima ad Haifa, come artigliere nel reparto antiaereo del First Palestine, difese il Paese dagli attacchi aerei francesi del regime di Vichy provenienti da Damasco e da Beirut. Poi fu dislocato a Cipro, e finalmente venne l’ora del Jewish Brigade Group, la tanto attesa Brigata Ebraica. Era ormai l’autunno del 1944 quando il filosofo, già quarantenne, sbarcò in Italia. Percorse la penisola al seguito dei tre battaglioni ebraici, e combatté in Romagna con il grado di sergente di artiglieria. In diverse occasioni, ricordando il passaggio in Italia con la Brigata, Jonas parlò suo sentimento di simpatia verso gli italiani: “Avevamo cercato di essere facilmente individuabili come unità militare ebraica, infatti era facile riconoscerci grazie ai distintivi con la stella di David sulle nostre divise. Così, sempre più spesso, durante la nostra lenta avanzata attraverso l’Italia, gli ebrei che erano sopravvissuti – per la maggior parte donne con bambini– uscivano dai loro nascondigli per salutarci e raccontarci le proprie vicissitudini. Dai loro racconti riuscimmo a farci una prima idea della vera portata dell’orrore prodotto dall’Olocausto, ma ci riferirono anche di vicende commoventi, di coraggiosa pietà e di benevolenza fra gli italiani, ai quali dovevano la propria vita – un antidoto necessario contro lo sdegno crescente nei nostri cuori”.

Il filosofo della “libertà e della responsabilità”, dopo gli anni accademici passati in Germania, ebbe come una seconda formazione (altrettanto, se non più importante) nella lotta contro il nazismo nei ranghi della Brigata. Nel suo scritto dedicato alla Shoah, “Il concetto di Dio dopo Auschwitz – Una voce ebraica”, dedicata alla madre uccisa ad Auschwitz, esprime il debito dei viventi verso le “ombre” degli uccisi, affinché non neghino loro “qualcosa che somigli a una risposta all’invocazione che avevano rivolto a un Dio muto”. Quanto alla responsabilità dell’individuo nella storia se ne trae il seguente insegnamento: gli ebrei non si faranno più trovare inermi come agnelli al riapparire dei mostri della distruzione. Mostri che sono sempre dietro l’angolo.

di Primo Fornaciari

Fonti citate:

H. Jonas – “Memorie” (Il Melangolo, 2009)

H. Jonas - “Il concetto di Dio dopo Auschwitz” (Il Melangolo, 1993)

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