Associazione Amici della Brigata Ebraica

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Hannah Arendt: trombettiere dell'esercito ebraico

Di Hannah Arendt (1906-1975), pensatrice politica, studiosa del totalitarismo e dell’antisemitismo, sono note le opere, alcune delle quali toccate da una inattesa fortuna editoriale anche in Italia.
Ma la Arendt, opere filosofiche a parte, è nota soprattutto per il pamphlet “La banalità del male”, raccolta dei suoi reportage come corrispondente del New Yorker, durante il processo al carnefice nazista Eichmann, a Gerusalemme nel 1961, libro che suscitò non poche polemiche in seno alla comunità ebraica mondiale.

Di fatto la Arendt, nei suoi rapporti con il sionismo, in un’alternarsi di militanza e critica, è sempre stata difficilmente inquadrabile. Le sue posizioni spesso controverse e vissute con sospetto, soprattutto quelle degli anhannah arendtni ’40, quando ferveva il dibattito sulla natura da dare al nascente Stato degli ebrei, oggi risultano sbiadite dal tempo e poco comprensibili, se non utopistiche.
Ma la sua militanza sionista di quegli anni ha aspetti sorprendenti.
Dal 1941, appena immigrata negli Stati Uniti, al 1945, la Arendt collaborò con la rivista dei profughi ebrei tedeschi in America “Aufbau” (si veda la raccolta pubblicata in Italia con il titolo “Antisemitismo e identità ebraica”).
La rubrica da lei tenuta, scritta in tedesco, aveva per titolo, in inglese: “This means you”; ripresa dello slogan con il quale i nordisti, nella guerra di secessione americana, chiamavano alle armi contro la schiavitù. “Questo ti riguarda, ebreo!” invocava Hannah Arendt, e il leit-motiv di quegli anni di impegno giornalistico fu il sostegno martellante alla creazione di un esercito ebraico che potesse scendere sui campi di battaglia europei a fianco delle truppe alleate.
La guerra in atto, sosteneva la filosofa, era prioritariamente una guerra degli ebrei, e non ci si poteva sottrarre. Fu un vero chiodo fisso della Arendt articolista, al punto che, alla fine del 1942, quando la richiesta di una compagine armata contraddistinta dalla stella di David fu accantonata da quasi tutte le organizzazioni ebraiche, lei smise di scrivere per il settimanale.
Lei sa - scrisse al caporedattore di Aufbau – che in fondo ho scritto i miei articoli sempre nella consapevolezza che l’esercito ebraico avesse bisogno di un trombettiere. Se però di un esercito è rimasto solo il trombettiere, mi sembra che questi farebbe meglio ad arrendersi. Una rubrica può infine soltanto commentare positivamente o negativamente una politica esistente. Ciò che rimane della politica ebraica dopo che l’esercito ebraico è stato liquidato in parti uguali dagli ebrei e dagli inglesi (…) mi sembra che non abbia più bisogno di commento.
Ciò non esclude naturalmente che, se la situazione politica cambierà (se Dio lo vuole, anche una scopa spara), un giorno io non la possa pregare di nuovo di darmi ospitalità nel suo giornale
”. E ciò avvenne quando, alla fine del 1944, i britannici cedettero finalmente alla costituzione della Brigata Ebraica.

Il sogno di una sionista senza Sion

La richiesta di un esercito ebraico, nelle intenzioni della Arendt, avrebbe consentito agli ebrei di sedere al tavolo delle trattative alle Nazioni Unite tra i vincitori, ma non necessariamente a creare il nucleo di un futuro esercito nazionale.
Gli ebrei erano infatti, per la Arendt, un popolo europeo, e la Palestina non era altro che una “zona di insediamento degli ebrei europei”, non diversa da altre.
Inoltre la sua idea di soluzione del conflitto tra arabi ed ebrei non era né quella di una spartizione della terra, né di uno Stato bi-nazionale, bensì una federazione, in cui la patria degli ebrei sarebbe confluita in mezzo a stati arabi, il tutto collegato all’Europa come unione di Stati del Mediterraneo.
Oggi, dopo sessant’anni di cieco rifiuto arabo a qualsiasi presenza ebraica in Terra santa, riesce difficile non considerare il pensiero della Arendt come una mera utopia.
Del resto già in quegli anni la situazione era chiara: gli arabi attendevano la vittoria di Rommel come una liberazione dagli ebrei, una piccola “soluzione finale” in Medioriente.
Allo scoppio della guerra gli ebrei aderirono in massa alla chiamata alle armi britannica; gli arabi palestinesi invece erano ben rappresentati dal loro leader al-Husayni, alleato di Hitler.
Ma l’importanza di un esercito ebraico per la Arendt era tale che, se costituito in tempo, avrebbe addirittura evitato la Shoah.
“Un esercito ebraico nel 1942 avrebbe significato poter costringere i nazisti, in base alla legge della rappresaglia valida in guerra, a concedere agli ebrei d’Europa, lo status di stranieri nemici, e ciò sarebbe quasi equivalso alla loro salvezza”.
Così si legge nell’articolo del 6 ottobre 1944, intitolato “Dall’esercito alla brigata”. Esprime l’ingenuità secondo la quale Hitler avrebbe osservato i trattati internazionali. Nonostante la Arendt abbia subito la persecuzione nazista, viene da dire che forse non capì appieno la natura del male rappresentato da Hitler.
Male che, come ha detto recentemente l’autorevole storico dell’Olocausto Saul Friedlander, non fu affatto banale.
Lo stesso gli articoli di Hannah Arendt, negli anni sconvolgenti della guerra, sono un monumento alla passione sionista, intesa come unica possibilità di rivalsa dell’uomo ebreo, da sempre incalzato da due nemici mortali: da una parte l’antisemitismo, dall’altra le proprie paure di paria, di nullità sociale e politica inculcata da secoli di emarginazione.
Di fatto, anche se visse la costituzione della Brigata Ebraica come un contentino inglese alle richieste dell’Agenzia ebraica, ne colse il grande valore morale e simbolico: “Sotto la sua bandiera potranno presentarsi i profughi ebrei dei territori liberati, che in tal modo otterrebbero forse l’ultima possibilità di sottrarsi finalmente all’insensata identificazione con altri popoli di cui condividono formalmente la nazionalità …
Ciò risparmierà loro di essere ritraspostati, ciò che essi temono, ai loro vecchi domicili, e aprirà loro le porte della Palestina. Si darà loro, prima di tutto la soddisfazione di essere non solo salvati dai funzionari della beneficenza, ma anche liberati dai soldati del loro stesso popolo”.
In ciò la filosofa vide giusto. Ma poi le cose andarono anche oltre la sua profezia, superandola.
Infatti la bandiera di una piccola Brigata di 5000 uomini, dopo aver sventolato sui campi di battaglia d’Europa, divenne la bandiera di Israele; e quei profughi, da naufraghi corrosi dall’ondata sterminatrice, da larve umane senza dignità, diventarono cittadini e cittadine di uno Stato sovrano, e di lì a poco, per difendere la loro piccola patria, orgogliosi combattenti, proprio come Hannah Arendt, “trombettiere” dell’esercito ebraico, aveva sognato.

di Primo Fornaciari
Articolo apparso su “Le Ragioni dell’Occidente”, numero 4 – aprile 2010

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